Intervista a Sergio Borra sulla felicità in azienda


Changes – il magazine del Gruppo Unipol

di Nadia Anzani

I dipendenti felici producono di più e sono più creativi. Ad imparare la lezione per prime sono state le aziende americane come Google. E oggi sono sempre più numerose quelle che hanno al loro interno un manager della felicità. Cosa accade in Italia.

I dipendenti felici hanno una produttività maggiore del 31%, portano a un incremento delle vendite del 40% e triplicano la loro creatività. Tutte frottole? Assolutamente. Lo ha provato incrociando i dati di 25 studi accademici Sonja Lyubomirsky, docente del Dipartimento di sociologia presso l’Università della California e autrice di diversi best seller tra cui The how of happiness, un libro di strategie basate su ricerche scientifiche per incrementare la felicità.

Una delle prime aziende ad avere capito bene la lezione e ad averne fatto una delle sue leve di successo è stata Google che ha deciso addirittura di avere al suo interno un Chief happiness officer (CHO) a cui recentemente si è affiancato un Jolly good fallow, tradotto letteralmente significa “bravo ragazzo”. Si chiama Chade-Men Tang, è un ingegnere ed è stato uno dei primi dipendenti di Google. Dopo aver contribuito a costruire il primo servizio di ricerca mobile di Google, e dopo aver guidato il team che ha gestito la qualità di ricerca del colosso americano, oggi ricopre il ruolo di guru personale e spirituale della multinazionale californiana. Il suo compito? Misurare il grado di soddisfazione dei dipendenti, individuare strategie per migliorarlo e creare le condizioni per incrementare la felicità in azienda.

Google però non è sola, visto che negli States numerose sono le aziende che stanno lavorando per implementare la felicità al loro interno e non solo. Zappos, per esempio, azienda che vende scarpe online, è stata così soddisfatta del lavoro fatto sulla felicità al suo interno che ha addirittura fondato una società di consulenza esterna chiamata Delivering happiness (Consegna felicità), con tanto di Chief happiness officer, un manager che viaggia per diffondere i principi della felicità e altre figure specializzate nella materia. Lo stesso ha fatto Plasticity Labs, società hi tech nata da una start up chiamata L’epidemia del sorriso, che ha affermato di sostenere un miliardo di persone nel loro cammino verso la felicità sia nella vita personale sia in quella professionale.

Insomma in Usa la tendenza è più che affermata e si è trasformata in un vero e proprio business per i guru del settore. Un esempio viene da Shaw Achor, un docente dell’Università di Harvard che ora gira il mondo insegnando alle grandi compagnie internazionali come trasformare la soddisfazione dei propri dipendenti in un vantaggio competitivo. A questo proposito una delle regole principali che insegna alle aziende è quella di avviare al loro interno una “igiene della felicità”. Così come ci laviamo ogni giorno i denti, secondo Achor, dobbiamo quotidianamente allenarci a scrivere e-mail positive e ad avere pensieri positivi.


Sono gli stessi principi insegnati all’inizio del Novecento da Dale Carnegie, storico pioniere della comunicazione, efficace e ricercato consigliere di politici e imprenditori dell’epoca che scrisse diverse pubblicazioni tra cui Come trattare gli altri e farseli amici, i cui principi sono più che mai attuali, nonché fondatore dell’omonima società di formazione, partita dagli States nel 1912 e oggi presente in tutto il mondo. «La felicità si deve allenare, non deve essere un momento fine a se stesso, ma va coltivata», spiega Sergio Borra, amministratore delegato di Dale Carnegie Italia.


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La felicità in azienda diventa un valore nell’organizzazione del lavoro


Cosa deve fare un’azienda per rendere i suoi dipendenti felici? «Il primo passo è indubbiamente mettere le persone giuste al posto giusto», dice Borra. «Il che significa far ricoprire a ogni persona il ruolo che meglio si adatta alle sue potenzialità, attitudini e capacità, perché solo così può dare il meglio di sé e sfruttare al massimo il suo potenziale». Non solo. «Un team felice non è solo produttivo e soddisfatto, ma ha anche le capacità di riuscire a dare un contributo positivo all’azienda. Contributo che gli deve però essere riconosciuto dall’organizzazione per cui lavora», precisa Borra. «In questo modo la felicità può diventare un circolo virtuoso. Se un collaboratore viene valorizzato per il lavoro che svolge, ha voglia di spendersi di più per l’azienda e dà così il via a dinamiche positive che giovano al clima interno e al business della società».

E visto che, in base ai risultati dell’autorevole Harvard Grant Study – ricerca durata ben 75 anni per scoprire i segreti del sorriso – le persone sono felici quando le loro relazioni con le altre persone sono migliori, «il consiglio per manager e imprenditori è quello di essere prodighi di apprezzamenti onesti e sinceri; di dare feedback positivi ed efficaci, di essere dei buoni ascoltatori non selettivi o finti, ma empatici. Far sentire importanti gli altri e farlo sinceramente, perché altrimenti si rischia di diventare manipolatori anziché essere motivatori», aggiunge Borra. Aspetti da non sottovalutare se si pensa che, come evidenziano alcune ricerche fatte in merito, ben il 20% dei lavoratori europei e del nord America non è coinvolto attivamente nell’organizzazione aziendale.

Un tema caldo a cui anche le imprese made in Italy stanno diventando sensibili. La storia di Gianni Ferrario, ex revisore di Kpmg oggi “felicitattore”, la dice lunga in proposito. La sua è stata una scelta professionale meditata che oggi lo porta in giro per l’Italia e per il mondo (Spagna, Emirati Arabi e Stati Uniti), fra aziende, università, teatri con spettacoli, workshop, lezioni per insegnare a essere felici. Nei suoi incontri parla di Felicità interna lorda (FIL), di standing ovation delle cellule, e di HeartFulness, cioè dell’unità fra mente e cuore che «spalanca le porte a una consapevolezza profonda, calda e gioiosa». Sono tutti concetti che, apparentemente, sembrano stridere con l’attuale situazione del mercato del lavoro nazionale, messo in ginocchio dalla crisi economica, ma a detta degli esperti non lo sono affatto. Anzi funzionano. «L’importante è non vivere il fenomeno come una moda passeggera. Coltivare il sorriso e la felicità in azienda è una strategia seria che punta a far star bene le persone sul luogo di lavoro. Solo così saranno più produttive e creative» ha concluso Borra. Insomma, l’importante è che sia per sempre.



Fonti:

Articolo originale di Nadia Anzani su Changes – il magazine del Gruppo Unipol